The New World – Il nuovo mondo

Non è una delusione ma non è nemmeno il film che ci aspettavamo. Terrence Malick è uno di quei registi che ci aveva abituati sin troppo bene. La rabbia giovane era stato uno di quegli esordi folgoranti. Martin Sheen e Sissy Spacek nei panni di due banditi, giovani sbandati a caccia, letteralmente del Segreto della Vita. E non era stato diverso il film successivo, I giorni del cielo con Richard Gere immerso in una storia alla Steinbeck. Due capolavori degli anni ’70. Per capacità di racconto, per messinscena, per una sceneggiatura in grado di scavare nei personaggi come raramente si era visto al cinema. Poi, dopo vent’anni di silenzio (non un’intervista, non un’uscita pubblica di questo regista che nella sfera privata appare sfuggente quanto era invisibile Stanley Kubrick) un altro capolavoro. La sottile linea rossa, scambiato nel 1998, per rivale del contemporaneo Salvate il soldato Ryan e invece non un film di guerra, ma un film esistenziale, quasi un dramma filosofico, in cui i soldati americani sul fronte orientale durante la Seconda Guerra Mondiale, più che imbracciare i fucili si pongono delle domande sul senso del Male, sul valore del Sacrificio, sull’incidenza di Dio nella Storia. Perché Malick, regista – filosofo, è forse più di tutti, il regista delle domande, della domanda di senso qui e ora, in questo mondo miracoloso e immacolato che l’uomo corrompe con il proprio male. Così, ecco arrivare la storia di The New World. Il Paradiso Terrestre, la terra del Sogno, la terra della possibilità per tutti. La terra dei frutti per tutti. E, soprattutto, la terra dell’Amore gratuito: la terra di lei, principessa indiana senza peccato che sacrifica il proprio popolo e la propria storia per un guerriero sporco e assetato di conoscenza (quasi una sorta di nuovo Ulisse che per amore del sapere è pronto ad abbandonare tutto e tutti per poi ritrovarsi oltre le Colonne d’Ercole in Terranova, smarrito e senza più dove andare). La ricerca di Dio, la corruzione del Male, la preghiera che Lui sveli ancora di più la propria presenza nelle meraviglie della Natura: le domande poste da Malick in The New World sono le stesse de La sottile linea rosa con cui il film condivide ambientazione straordinaria e lo stesso approccio narrativo (film corale, voce fuori campo, introspettiva a commento dell’azione). Ma è proprio su quest’ultimo aspetto che The New World convince meno. Perché, forse per voler dir troppo, a Malick è un po’ scappata la mano. Non si comprenderebbe altrimenti un montaggio spesso brusco per non dire approssimativo che danneggia gravemente la continuità della narrazione di un film che rimane suggestivo, visivamente straordinario ma terribilmente magmatico e sfilacciato dal punto di vista della scrittura. E questo, è un vero peccato.